Berlucchi: la storia del millesimato di Franciacorta


Correva l’anno 1955 quando in Franciacorta iniziò a soffiare il vento del cambiamento. Tutto iniziò con un incontro nella residenza cinquecentesca di Guido Berlucchi, gentiluomo di campagna discendente dei conti Lana de’ Terzi, nobile casata con il pallino dell’imprenditoria.

Berlucchi produceva a Borgonato, villaggio al centro dell’anfiteatro morenico che lambisce il lago d’Iseo, un vino bianco, il Pinot del Castello.

Le uve dalle quali nasceva quel vino provenivano dalle terrazze vitate attorno al piccolo maniero sulla collina dietro alla sua dimora.

Il Pinot del Castello manifestava un grave inconveniente: intorbidiva in bottiglia, risultando assai poco gradevole alla vista e al palato. Per risolvere il problema, Berlucchi convocò a Borgonato il giovane e promettente enologo Franco Ziliani, esperto di vini del territorio e infatuato delle bollicine d’Oltralpe, delle quali aveva udito cantar le lodi sin dai tempi della Scuola enologica di Alba.

Arrivato a Palazzo Lana Berlucchi, Ziliani fu immediatamente affascinato dall’elegante atmosfera della dimora, dal carisma del suo proprietario e dal fascino della cantina secentesca fatta scavare dai conti Lana de’ Terzi.

Prima di accomiatarsi dal suo nobile ospite, Ziliani osò quindi proporgli di creare in quella terra di vini fermi, bianchi e rossi, qualcosa di completamente nuovo: un vino spumante “alla maniera dei francesi”, realizzato con la seconda fermentazione in bottiglia.

Berlucchi, un vino “alla maniera dei francesi”

La domanda inattesa mutò il destino della Franciacorta: sei anni dopo nasceva infatti il Pinot di Franciacorta, primo metodo classico del territorio e ispiratore delle sue recenti fortune enologiche.

Era il 1961, e le cifre di quell’anno avrebbero anni dopo trovato degna cornice nell’etichetta di una nuova “famiglia” di Franciacorta, i Berlucchi ’61.

Brut, Satèn e Rosé: i ’61 nascono in tre versioni e si fanno notare prima per l’immagine, che rievoca con garbo lo stile Anni Sessanta, e poi per la piacevolezza gustativa.

Affinati almeno due anni in bottiglia, i ’61 interpretano tre diversi modi di essere Franciacorta.Berlucchi

Equilibrato al gusto, con vive note di agrumi (uno degli aromi tipici nel Franciacorta, ndr) è il Brut.

Cremoso e suadente al palato, con profumi di miele di tiglio e salvia e una bollicina poco invadente al palato è il Satèn.

Stuzzicante, inusuale, con fresche sensazioni di lampone e fragolina di bosco è invece il Rosé.

Tutti i ‘61 sono affinati almeno due anni sui lieviti: questo dona loro una buona complessità aromatica, tanto che, proposti solitamente all’aperitivo, se ne prosegue volentieri l’assaggio durante il pasto.

Proprio per incontrare il piacere di abbinare il Franciacorta a piatti anche impegnativi è arrivato un “fratello maggiore” in casa ’61: Nature Millesimato.

Nature deve il suo nome alla totale assenza di sciroppo di dosaggio, mix di vino maturo e zucchero che, aggiunto in bottiglia dopo l’eliminazione del sedimento, conferisce morbidezza .

È un Millesimato, le uve da cui nasce arrivano infatti dalla vendemmia 2009, annata equilibrata che ha donato vini base ricchi ed eleganti. Affinato cinque anni sui lieviti, rivela subito all’assaggio la sua vocazione: esprimere l’anima più vera del territorio unendo la carnosità dello Chardonnay, di cui si compone per l’80 per cento, alla mineralità del Pinot Nero.

Espressivo e complesso al naso e al palato, conserva intatta la piacevolezza gustativa, cardine dei Berlucchi ’61, e conquista a ogni sorso con il suo “equilibrio dinamico”.

L’immagine dell’etichetta non è da meno, e veste di nero assoluto la forma già nota del cerchio, donandogli ulteriore ricercatezza.

 

 

 

A cura di MARCELLA GUIDI

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