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13 Dicembre 2019
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Il vino in anfora che piaceva a Napoleone torna nella cantina Arrighi

Si racconta che Napoleone, prima di sbarcare nel suo nuovo piccolo regno, al largo della rada di Portoferraio, con un cannocchiale adocchiò una grande vigna cinta da mura. Era “La Chiusa” gestita dalla stirpe dei Foresi fin dal ’600. Secondo la tradizione, il generale fece ammarare una scialuppa e raggiunse il luogo dove assaggiò un vino dolce rosso rubino.

Era l’Aleatico, che diventò il suo vino preferito.

Per Antonio Arrighi, titolare dell’omonima azienda a Porto Azzurro, con quattro generazioni alle spalle, oggi il recupero della tradizione va di pari passo alla sperimentazione.

Così ha riportato in auge l’antica tecnica della produzione del vino in terracotta, con l’affinamento del vino in grandi anfore realizzate a mano all’Impruneta dalla fornace Parisi (ognuna di 900 litri), ma al contempo si è lanciato in una sperimentazione che gli è valsa un documentario selezionato alla finale al 26° Festival International “Enovidéo” a Marsiglia. Su 144 filmati in concorso, il documentario si è posizionato tra i 37 prescelti.

“Vinum Insulae- sulle tracce di un mito”, racconta un esperimento enologico unico, realizzato dall’azienda agricola Arrighi. Un esperimento interessante anche per i temi di sostenibilità e ambiente in quanto utilizza l’acqua salata come antisettico: un vero e proprio “ritorno al futuro”.

Nel 2018 all’Isola d’Elba, dopo 2500 anni, abbiamo ripercorso tutte le fasi che portano alla produzione del mitico vino dell’Isola di Chio, compresa quella dell’immersione delle uve in acqua di mare. L’aleatico è nel Dna degli elbani e noi lo produciamo da sempre. È l’unico aleatico dolce che in Italia ha la docg

Antonio Arrighi

L’azienda, 12 ettari, di cui 7 vitati in vigneti a terrazzamenti, prosegue la coltivazione degli storici vini autoctoni: procanico rosa, biancone, ansonica, “riminese” (vermentino) e, naturalmente, l’aleatico. Fiore all’occhiello dell’azienda elbana è la terracotta: Antonio Arrighi cercava un contenitore che microssigenasse il vino come le barriques, ma senza cedere le sostanze del legno. L’anfora esalta i varietali dell’uva utilizzata, ed è intrisa della storia dell’isola.

Infatti 2100 anni fa come viene testimoniato dagli scavi romani della villa di San Giovanni, il vino all’Elba si produceva dentro orci interrati (1500 litri ognuno) che poi venivano stampigliati col logo della famiglia. Uno dei vini prodotti in anfora è proprio dedicato a Hermia, uno schiavo cantiniere che per conto dell’illustre padrone Valerio Messalla, inventò l’Hermia. Oggi questo bianco, viognier in purezza, è il vino di punta dell’azienda Arrighi, insieme a un altro bianco prodotto con l’ansonica. Ma non finisce qui. Oltre la commercializzazione c’è la ricerca.

La sfida in questa direzione parla la cultura della Grecia. Un esperimento portato avanti con la collaborazione del professor Attilio Scienza che si ispira ai  vini di Chio, piccola isola dell’Egeo orientale, parte di quella ristretta élite di vini greci considerati- sul ricco mercato di Marsiglia e successivamente di Roma- prodotti di lusso, paragonabili solo al mitico Falerno.

Varrone li definiva “vini dei ricchi” e, come ricorda Plinio, Cesare li offrì al banchetto per celebrare il suo terzo consolato. Siamo nel Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano e dal 1979 i vigneti Arrighi sono tutelati dalla doc. L’azienda produce circa 40mila bottiglie e 11 diverse tipologie di vino.

Tra questi spiccano il rosso Tresse un “cru” che esce solo nelle migliori annate; passa quasi due anni in enormi anfore di terracotta da 880 litri e deve il nome all’utilizzo di Sagrantino, Sangiovese e Syrah; l’EraOra, bianco da uve Manzoni e Chardonnay e il V.I.P. Viognier in purezza, unico nel suo genere all’Elba. Infine, Arrighi produce Silosò: un passito fatto con l’aleatico in purezza, un vino docg fermentato in acciaio, con appassimento naturale per 10/14 giorni all’aria aperta, su graticci, come vuole la tradizione.

Approfondimenti:

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