Le invenzioni di Gae Aulenti

di Paolo De Petris

[penci_blockquote style=”style-2″ align=”none” author=”Gae Aulenti”]L’architettura è un mestiere da uomini ma io ho sempre fatto finta di nulla.[/penci_blockquote]

Una frase spesso ripetuta da Gae Aulenti, una perla rara tra i designers più influenti e famosi dello scorso secolo.
Una frase che rispecchia in pieno la sua grande vitalità e il suo egocentrismo in una sorta di sfida perenne con il suo mondo, popolato quasi esclusivamente da figure maschili.

Affascinata dal razionalismo e dal Neoliberty, deve la sua fama alla ristrutturazione della Gare d’Orsay a Parigi e alla lampada Pipistrello e non solo…

Per conoscere e apprezzare le sue opere è però necessario fare un passo indietro e ripercorrere in parte la sua storia, dal secondo dopoguerra, con la laurea di Gae (diminutivo di Gaetana) che arriva nel ‘53 col massimo dei voti, dopo aver frequentato il Politecnico di Milano e plasmato le sue prime esperienze affiancando architetti di chiara fama del calibro di Rogers e Samonà, fino all’incontro decisivo con un giovane e geniale ragazzo genovese, Renzo Piano, con il quale stabilisce un forte sodalizio lavorativo.

Gae è affascinata dalla scuola del razionalismo e del Neoliberty e sviluppa una concezione di architettura caratterizzando il suo stile con la contestualizzazione architettonica: ogni luogo, ogni oggetto ha una sua identità che deve essere rispettata e compresa, senza stravolgerne le origini.

Con Renzo Piano a far da suggeritore nascono i suoi primi progetti edilizi e le sue prime esercitazioni di design su complementi di arredo domestico, fino al raggiungimento di una fama mondiale legata allo studio – del tutto personale e autoctono – della lampada da tavolo “Pipistrello”, icona assoluta e inarrivabile, disegnata da Gae Aulenti nel ’65.

Il progetto dello showroom FIAT al Salone dell’Auto di Torino del ’68 la introduce nella famiglia Agnelli, tanto da diventare grande amica e partecipe delle avventure dell’Avvocato Gianni fino alla sua morte.

Alcune sue opere, come la ristrutturazione della Gare d’Orsay a Parigi, trasformata in uno straordinario museo, o le due stazioni della Metro a Napoli – Museo e Dante – le valgono il riconoscimento di una piazza avveniristica intitolata dal Comune di Milano a suo nome nella nuova area “high-tech” a nord della città, dominata dai bellissimi grattacieli che ne hanno modificato lo skyline.
Una piazza che è riconosciuta – non solo dai milanesi – come il cuore pulsante di un’economia in continua crescita ed evoluzione. Il giusto corollario alla carriera di una donna fuori dagli schemi, che ha saputo interpretare il design in modo straordinariamente efficace, creando di fatto solo capolavori. Un omaggio di cui Gae Aulenti sarebbe andata fiera, se non ci avesse lasciato nell’ottobre del 2012, a ottantacinque anni.

Ispirata alla luce.

Si potrebbe dire che Gae Aulenti è stata un architetto illuminato, senza stravolgerne il significato, considerando che lo studio della luce e la sua propagazione nell’ambiente rappresentano i fondamenti in molti suoi progetti.

Proprio dalla creazione più famosa, il Pipistrello, attraverso la sua matita nascono via via altre lampade di grande impatto emotivo, ancora oggi ricercatissime nei negozi di tutto il mondo perché capaci di caratterizzare da sole gli ambienti dove vengono installate.

La capacità di “indirizzare” la luce è anche l’elemento portante della ristrutturazione in Museo della vecchia stazione ferroviaria lungo la Senna a Parigi, di cui Gae Aulenti conserva la struttura originale e le famose arcate a vetri e ferro, dovendo provvedere all’illuminazione di circa 4 mila opere di pittori famosi – per lo più impressionisti – e definire per ciascuna di esse il rapporto visuale tra opera e visitatore.

Allo scopo non è certo casuale la scelta di inserire nel progetto del pavimento la pietra calcarea bianca, scevra di rifrazioni dannose, ma utile per una diffusione molto omogenea della luce proveniente dal soffitto a vetri. Una “composizione” di raggi luminosi naturali e artificiali che garantisce una perfetta fruizione delle opere esposte.

Ma non c’è solo la luce nelle opere di Gae Aulenti, c’è anche una buona dose di creatività e autoironia, spesso sconcertanti ma mai banali.

Basta guardare il suo famoso tavolo sorretto da quattro ruote di bicicletta, originale fino all’estremo, che al primo approccio non si sa da che parte deve andare e non si sa come spostarlo, ma che alla fine si rivela bello e molto funzionale.

Oppure la chaise longue Sgarsul (progetto del 1962 su rivisitazione della prima dondolina di Thonet di fine ‘800, prodotta per Poltronova) che esprime una grande flessuosità ed eleganza, con le sue curve di faggio verniciato e modellate ad arte – tanto da sembrare due chiavi di violino – e una comodità universalmente riconosciuta.

Ma del rapporto tra creatività e rigore funzionale presenti nelle opere di Gae Aulenti se ne potrebbe parlare per anni, ma forse è inutile aggiungere altro: con lei atterriamo su un altro mondo, fatto di invenzioni e di rigore funzionale, in un grande gioco in cui è solo il designer che dà le carte.
E possedere un suo oggetto in casa è una grande soddisfazione, che durerà tutta la vita.

Approfondimenti:

A proposito di ispirazioni alla luce, leggi Luce dei miei occhi: progetto illuminazione per conoscere e ammirare le lampade di alcuni famosi designer del ventesimo secolo.

Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 l’architettura ed il design conobbero un periodo di grande fulgore creativo. Leggi Design ed architettura: oldies but goldies per saperne di più.

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