Tignanello Antinori: lo stile che cambia un’epoca

di Redazione Ville&Casali

Il compianto Raffaele Rossetti, fondatore di Capannelle, amava ripetere: “L’Italia enologica dovrebbe fare un monumento a Piero Antinori“. A ragione: si può dire che esista un vino italiano prima e un vino italiano dopo il Tignanello, la creatura di Piero Antinori, ma anche lo spartiacque della storia enologica del Belpaese. Fino agli ’70, infatti, nessuno si sognava di parlare di basse rese per pianta (“per un vino di qualità conta la produzione per singola vite più che per ettaro“, specifica Antinori), di controllo della temperatura durante la fermentazione, di barrique, di varietà come il Cabernet Sauvignon (comunque piantata in Toscana da Niccolò Antinori, il papà di Piero, già nel 1928) ma, dopo il successo planetario di quel vino toscano, il nostro Paese voltò pagina e iniziò a valorizzare come meritava la propria tradizione secolare di viticoltura. Compiendo in una trentina d’anni quel miracolo che ha portato il vino italico sul tetto del mondo, al fianco dei più blasonati francesi. E pensare che tutto ebbe inizio da un Chianti…

Piero Antinori rappresenta la ventiseiesima generazione di una famiglia di fiorentini dedita nei secoli a diverse attività – banchieri, commercianti, soldati, diplomatici e artisti – ma, più d’ogni altra cosa, “una famiglia di vinattieri”, perché nel 1385 gli Antinori si iscrivevano all’Arte dei Vinattieri, parola toscana ancora tanto cara al marchese. Che ha recentemente dato alle stampe un libro (Il Profumo del Chianti, recensito su questo stesso numero a pag. 16) nel quale si racconta insieme ai suoi vini. L’innovazione – quella intelligente, votata al miglioramento e alla valorizzazione del prodotto e non certo alle sterili acrobazie del marketing – gli Antinori ce l’hanno nel sangue. Niccolò, infatti, non solo aveva piantato Cabernet, ma aveva anche portato una ventata di novità nel Chianti, mentre suo figlio Piero andò ben oltre. Da buon toscano, il giovane marchese voleva nobilitare il Chianti (un vino all’epoca “in decadenza”) e per farlo, insieme al suo enologo Giacomo Tachis, non ebbe timore di guardare alla Francia. Quindi gestire la vigna in maniera differente, controllare la temperatura in fermentazione, effettuare diversi rimontaggi, far maturare il vino non nelle tradizionali botti da 70 e più ettolitri di rovere di Slavonia, bensì in piccoli fusti di quercia francese da 225 litri, le barrique. Tra l’altro, affiancando all’uva toscana per eccellenza, il Sangiovese, una piccola parte di un’altra uva, stavolta francese, il Cabernet Sauvignon. Entrambe della tenuta Tignanello, tra le valli della Greve e di Pesa, nel cuore del Chianti Classico, 30 Km a sud di Firenze.

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Correva l’anno 1971 e quel vino non poteva essere chiamato Chianti causa il disciplinare. Allora, con non poco coraggio – teniamo sempre a mente il periodo – Piero Antinori decise di classificarlo semplicemente “vino da tavola” e battezzarlo con lo stesso nome della tenuta dove nasceva: Tignanello. In breve tempo, questo rosso conoscerà un successo planetario, dando il via “al Rinascimento dei vini italiani”. Ma il Tignanello non è solo un vino, è la materializzazione della filosofia di un uomo che aveva capito la necessità di ricostruire il rapporto fra il vino e il suo habitat, quindi valorizzando il terroir, ma era stato anche abbastanza intraprendente da innovare, tracciando una strada nuova, mai tentata prima. Lo stesso uomo, anche se si dimostra fin troppo modesto nel parlarne, che ebbe la felice intuizione di non espiantare i vigneti a bacca bianca del Chianti (allora usati in uvaggio nel celebre rosso toscano), bensì di portarli a nuova vita in un bianco fresco e piacevole, quel celebre Galestro che oggi si chiama Capsula Viola. Piero Antinori è uomo da rossi, ciò nonostante si deve sempre a lui la nascita di un altro bianco, un grande bianco che si colloca tra i migliori italiani del genere. È il Cervaro della Sala, ancora fatto “alla maniera dei francesi” ma in Umbria. Naturalmente, il Chianti Classico in casa Antinori non può mancare e, sotto la direzione di Piero, sono via via nati il Pèppoli, le Riserve Marchese Antinori e Badia a Passignano, quest’ultimo un rosso gustoso e avvolgente da sole uve Sangiovese. In poco più di 40 anni, sotto la guida di Piero Antinori, l’impresa vitivinicola di famiglia è passata da nome di primo piano del vino toscano a simbolo d’eccellenza del Made in Italy enologico in tutto il mondo.

Con vini prodotti anche fuori dalla Toscana, dalla Franciacorta fino alla Puglia, e perfino Oltreoceano. Ma lo spirito Antinori è sempre legato a doppio filo alla regione natia, un filo rosso iniziato a stendersi 626 anni fa, reso sempre più fulgido da questo uomo che, alla soglia dei 74 anni, dimostra una vivacità travolgente, un essere toscano genuino e simpatico, un amore per il vino contagioso. Un uomo consapevole della responsabilità di portare il nome Antinori, intesa come stimolo a rinnovare costantemente la tradizione e migliorare i processi produttivi. Un uomo che ha capito prima degli altri che il vino ha i suoi tempi, quindi richiede pazienza e dedizione, anche nella cattiva sorte, senza mai perdersi d’animo. Un uomo che sa bene di non poter mai scendere a compromessi sulla qualità, per questo non ha mai esitato a selezionare, anche più volte nel caso delle sue etichette di punta. Un uomo che sogna – giustamente, visto il tritacarne delle DOC – una sola denominazione Toscana e poi tante sottozone. Purtroppo, conoscendo l’italica miopia, crediamo che quest’ultima impresa risulterà impossibile anche per chi è stato capace di rifondare il vino italiano. Al quale, però, rimane la soddisfazione di guardarsi indietro e ripercorrere la sua brillante carriera fino a quel giorno del 1966, quando prese posto dietro la scrivania di Palazzo Antinori…

di Alberto Lupetti

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