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In cucina: l’armonia tra quantità e qualità della luce

di Marco Olivo

Immaginare la cucina, pensarne lo stile, i materiali, i colori, vuol dire pure immaginare il modo in cui sarà illuminata. La luce va considerata, infatti, al pari degli altri elementi che compongono l’ambiente più amato della casa.
La sala da pranzo è tra gli spazi più complessi da illuminare perché il più specialistico di tutta la casa;  il luogo dove si svolgono molteplici funzioni, per alcune delle quali è importante non sbagliare con la luce.

In cucina è  fondamentale, infatti, avere la giusta luce sui piani di lavoro ma anche illuminare adeguatamente piatti e pietanze, esaltandone i colori senza tuttavia abbagliare ed evitando forti contrasti.

In breve, bisogna trovare il giusto connubio tra quantità e qualità del flusso luminoso.

Una buona illuminazione parte sempre dalla luce naturale. Questa permette di percepire al meglio colori, forme e dimensioni. A essa va accostata quella artificiale, proveniente da differenti punti e con funzioni diverse: lo scopo è ottenere flussi luminosi armoniosi, evitando fastidiosi coni d’ombra ma anche la sovra-illuminazione.

L’illuminazione della cucina va organizzata per piani di luce, affiancando tre livelli complementari: la luce d’ambiente, la luce funzionale e la luce d’accento.

Lo scopo è ottenere una buona prestazione visiva (dipendente dalla quantità di luce nell’ambiente) assieme a un elevato benessere visivo (dipendente dalla qualità della luce e da come influisce sulle emozioni e percezioni).

La luce generica (o d’ambiente) deve illuminare la stanza in misura strettamente sufficiente, magari con una fonte luminosa indiretta e dall’alto. Lampade da appoggio, faretti spot o applique apporteranno poi la luce necessaria a illuminare punti specifici.

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