Il progetto di re-design per una casa di Napoli


Non fa fatica a raccontare l’evoluzione del suo spazio abitativo. Più che una casa, la proprietaria preferisce parlare di un racconto per immagini denso di vita, dove la memoria, epurata, è immaginata con spirito contemporaneo. La proprietaria con questa casa, la terza in ordine temporale, inaugura una nuova avventura espressiva e professionale della sua vita. Una sferzata, un cambio di marcia partendo dalla casa come manifesto. Una follia? No!

Questa casa, oggi è l’autoritratto della proprietaria, delinea il suo spirito, il suo umore, le sue emozioni, le sue passioni. Ma, se oggi la casa narra una nuova stagione della vita è perché dietro questo teatro domestico c’è stata una regia colta, capace di cogliere i nuovi umori e di tradurli in progetto. In ogni buona architettura, diceva Richard Meier è presente un denominatore comune, la relazione tra spazio e scala umana.

L’architetto Antonio G. Martiniello che ha curato il progetto ha colto queste sfumature e a colpi di matita ha con volumi semplici raccontato l’evoluzione, il cambiamento dello spazio abitativo. Siamo a Napoli, in quella parte patinata della città, che vive di luce riflessa. C’è il silenzio, l’odore salmastro e con esso tutti gli elementi chiave che compongono la cartolina della città. Oltre la porta d’ingresso, il volume bianco crea all’istante una connessione col paesaggio e automaticamente con la luce. La luce.

Un tema caro all’architetto che nei suoi progetti architettonici diventa il materiale principe attraverso il quale modellare e plasmare lo spazio dandogli carattere e riconoscibilità. L’identità forte dei suoi progetti parte dal passaggio della luce che gioca con lo spazio. Superata la soglia, il living restituisce questo rapporto, la luminosità è accresciuta dai toni chiari. Il grigio e il bianco sono colori camaleontici che mutano continuamente e restituiscono allo spazio, dall’alba al tramonto, ora leggerezza ora severità. Effetti voluti per creare armonia e sensualità.

Ma partiamo dal progetto come idea iniziale. A Ville&Casali l’architetto Antonio G. Martiniello dice:

Privilegiare la spazialità degli ambienti aperti alla convivialità e ridurre all’essenziale gli spazi da dedicare alla zona notte: la richiesta della padrona di casa partiva da qui. I suoi desideri erano chiari, rientravano nel suo cambio di marcia e non potevano essere disattesi.

Più semplicemente si è trattato di dar luogo a un riassetto spaziale in forza delle nuove esigenze familiari. I figli che studiano all’estero non avevano più bisogno di stanze nelle quali sostare ma di camere contenute nelle quali dimorare in maniera estemporanea. Rispettata l’individualità di ciascuno, calcolati attentamente i centimetri da dedicare alle varie stanze della zona notte, scelti i materiali, tutti lavorati da artigiani eccellenti, l’architetto ha destinato la metratura più generosa agli ambienti della zona giorno: un grande living e una grande cucina-pranzo.

La qualità dei due volumi che dialogano con la terrazza che corre lungo i due lati delle due stanze open, andava privilegiata. L’estroversione verso il paesaggio è stata la regola. L’architetto spiega:

In cucina, ho immaginato di posizionare al centro o quasi, l’intera zona operativa. Ho diviso virtualmente lo spazio in tre blocchi, in uno ho schermato le zone di servizio con armadiature e porte a scomparsa, in quello centrale ho messo la cucina a isola e a seguire, nell’ultimo blocco virtuale, ho messo il grande tavolo da pranzo. Tutto è stato studiato per contenere, celare ed esaltare le presenze importanti della casa: le opere d’arte contemporanea. In cucina, anche se è riduttivo parlare di cucina, ad esempio, si pranza con Vanessa Beecroft.

La proprietaria aggiunge:

Quest’ambiente elegante in cui ci si ritrova sempre è strettamente collegato al living. Due porte filtro collegano all’occorrenza i due spazi che, nell’unitarietà visiva, svelano la cifra stilistica seguita dell’architetto. Penso che dietro la progettualità semplice, ci sia poi il mondo della committenza, con il quale un architetto si debba sempre misurare. Nel mio caso c’erano gli oggetti di famiglia, la mia collezione d’arte, alcuni ninnoli carichi di sto- ria. Nel tempo mi sono disfatta di molte cose, diciamo che sono andata avanti per sottrazio- ne e i pezzi di oggi, quelli che restano, sono il frutto di questo processo. Ognuno è collegato a un momento della mia vita, a una storia, a un ricordo e per questo ognuno contribuisce a regalare alla casa la sua individualità. Ci sono gli oggetti–simbolo, a testimonianza della mia passione per i vetri colorati. Poi ci sono quelli magici, onirici, materici, tattili. Poi nelle stan- ze segrete ci sono quelli che riassumono il mio lavoro e la mia ricerca: i bijoux. Nella mia casa c’è tutto questo, ci sono i miei desideri, la mia voglia di sperimentare, e l’armonia raggiunta di uno spazio che ti sa coccolare. Oltre le porte finestre c’è il mio secondo mondo, la terrazza. Un non luogo in cui distendersi, fermarsi a pensare o addirittura perdersi in sogni che si dispiegano liberamente tra cielo e mare.

Di Sonia Cocozza

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