Il pioniere dell’abitare contemporaneo


Oggi sembra un normale esercizio di stile, entrare in una casa di campagna e trovare uno o più oggetti di design che convivono in perfetta armonia con arredi country, ma alla fine degli anni Settanta appariva come una vera stravaganza e designava personalità eccentriche, esploratori di nuovi concept stilistici. Uno di questi è Giulio Cappellini, art director e progettista di Cappellini, storica azienda del design che dal 2004 fa parte di Poltrona Frau Group (guidato dal fondo Charme della famiglia Montezemolo). Una laurea in architettura, un master in Direzione Aziendale all’Università Bocconi di Milano e la collaborazione con gli opinion leader del settore, sono sufficienti a spiegare il grande coinvolgimento nella materia; ma all’origine di tutto c’è di più, c’è l’essere cresciuto nella cultura del design. Sono questi gli strumenti che gli hanno permesso di scoprire alcuni dei più grandi talenti mondiali lanciati poi dall’azienda: Jasper Morrison, Marcel Wanders, i fratelli Bouroullec e Marc Newson. Come di aver prodotto icone del design esposte nei più importanti musei internazionali e, non ultimo, di aver aperto, partendo da una piccola sede a Meda, in Brianza, flagship store in tutto il mondo.
Come si lavorava in azienda nel 1979, quando lei è entrato, e che cosa è cambiato da allora?
Nel 1979 Cappellini era una piccola azienda artigianale. I progetti erano liberi ed improvvisati senza che ci si curasse troppo delle esigenze di mercato. Oggi il modo di progettare e produrre è più consapevole senza perdere la creatività.
Qual è stata la chiave vincente del brand?
Cappellini ha investito per oltre vent’anni tempo, energie e risorse economiche per creare un nuovo modello multiculturale d’azienda e per definire un brand che fosse sinonimo di creatività ed innovazione. Dar vita a prodotti non convenzionali ma comprensibili e immediatamente fruibili, che potessero convivere con un arredamento classico come in un ambiente contemporaneo, in un appartamento metropolitano come in una casa di campagna. Con l’attenzione sempre viva verso i cambiamenti.
E oggi, in che direzione va il mondo del progetto?
La ricerca progettuale è rivolta soprattutto all’innovazione, non solo nelle forme ma anche verso un nuovo utilizzo dei materiali, spesso mai usati nel design d’interni, nuove textures e nuovi sistemi produttivi. Si può trovare ispirazione dovunque ed in ogni cosa. Io prediligo, però, l’osservazione della natura e dei processi produttivi, oltre ad un attento studio della materia.
Quali oggetti di design ci sono in casa sua? E di quali non potrebbe fare a meno?
A casa non posso fare a meno di libri e fiori. E poi ho moltissimi prodotti Cappellini, come il divano Quack e il tavolo Fronzoni, ma soprattutto pezzi unici di arte e artigianato acquistati durante i miei viaggi.


C’è un episodio della sua carriera a cui è particolarmente legato?
Il rapporto con Shiro Kuramata. Shiro è stato un designer fantastico perché ha creato oggetti utili ma soprattutto belli e ha cercato di far sognare la gente. Ha segnato un grande salto culturale per Cappellini, ovvero il passaggio da azienda produttrice di mobili a punto di riferimento dell’evoluzione del design mondiale. Poco prima che morisse ho trascorso con lui un intero pomeriggio nel suo studio di Tokio a giocare con dei pezzi di plexiglass colorato, quasi senza parlare. Shiro mi ha insegnato che spesso i lunghi silenzi valgono più di molte parole. La cosa che più mi attraeva nei progetti di Shiro Kuramata è la grande poesia, leggerezza ed ironia. È sempre stato molto vicino ed ispirato dall’arte.