Dialogo col tempo nel Canton Vallese


Ristrutturare e arredare con originalità uno chalet svizzero nel Canton Vallese: è stata questa la sfida raccolta e vinta da un architetto che qui ha lasciato la sua impronta inconfondibile.

Quando si dice la coerenza, la rotondità esistenziale. Lasciato il suo show room di Ginevra per trascorrere qualche giorno in montagna, l’architetto e interior designer Anne d’Almeida Araujo è stata chiamata a ristrutturare in Svizzera un importante chalet di circa 280 metri quadri, risalente agli anni Cinquanta. Nel Cantone Vallese, più precisamente nella parte elvetica sud-occidentale, dove l’architettura è solitamente plasmata più dalla necessità che dall’estro, dettata da una realtà, quella alpina, splendida ma difficile. Forse proprio per questo gli edifici montani tradizionali sono ricchi di stimoli progettuali da cui si continua a trarre spunto.

Molte le sfide – l’andamento angusto delle valli, la scoscesità dei luoghi, la rigidità del clima – affrontate da sempre con i materiali disponibili: pietra e soprattutto legno, resistente, isolante, durevole, leggero, facile da lavorare. In questo lavoro Anne ha cercato di difendere un’estetica, una visione del mondo sua propria. Se c’è idillio è tutto lì fuori, e solo per chi ce lo legge. Cembri e larici restano tali anche senza poesia, senza rime paesaggistiche.

Dunque, forza geometrica, stabilità, grigio rigore e niente calore, almeno all’esterno, sono i criteri usati nella ristrutturazione di questa abitazione che presenta una struttura in legno e cemento, utilizzato esplicitamente come i contadini-montanari di un tempo utilizzavano la pietra: un materiale necessario, senza leziosità.

Prima della genuflessione alla storia, il rispetto di sé, il coraggio che non le è di certo mancato in questa realizzazione, ideando un edificio che rilegge in chiave espressionista sia il minimalismo dell’ultimo decennio sia il genius loci dell’architettura rurale.

Su un lieve pendio affacciato nella valle, a ridosso di un bosco, lo chalet si colloca in un semplice scavo a taglio sottolineando la sua diversità da tutti, ma rispettoso del villaggio circostante. Il tempo qualcosa significa. Lo sa bene Anne, che sul tempo lavora, su quello passato, da cui trae insegnamento, e sulla contemporaneità, con artisti e arredi molti dei quali provenienti dal suo affollatissimo show room ginevrino. E visto che non voleva separarsene nemmeno quassù, serviva un contenitore armonico, non certo una tradizionale casetta di montagna.

Niente arredamento in stile alpino, dunque, con vecchi camini,pesanti tavoli in legno e massicce sedie intarsiate, ma complementi moderni dalle linee essenziali ed eleganti, che creano un contrasto e nello stesso tempo legano perfettamente con l’ambiente. Il proprietario ha voluto distaccarsi dall’idea classica dello chalet, per ricreare una situazione dove antico e moderno convivono.

Lo slancio in altezza delle quinte dialoga con le ampie aperture vetrate, di cui molte orizzontali, studiate per marcare la continuità degli ambienti con il panorama. L’abitazione si articola su tre piani collegati da un’unica rampa di scale. A cui si accede da una porta d’ingresso in perforato di legno, citazione minima dei vecchi fienili svizzeri, i suler.

Oltre, al primo piano, un grande spazio classicamente espositivo, in cui sono presenti divani e poltrone di Marie’s Corner, tessuti di Dominique Kiefer, lampade di Stephane Davidts, tende di Arpin, mentre il piccolo tavolo da pranzo, adiacente alla cucina La Cornue, è stato acquistato dai proprietari a Londra, da Few and Far.

Starsene seduti sul divano a guardare fuori, al caldo e protetti: è questo il primo pensiero che abita la mente, una volta accomodati. Perché soffitto e pareti sono rivestiti interamente dal legno, in un riuscito equilibrio di luce, materiali grezzi e ossigeno. Accade così: quando l’equilibrio è raggiunto, è anche precisamente percepito.

La zona notte, al secondo livello, è semplice, come quelle dei rifugi che si trovano in quota, solo molto più high tech: quattro camere da letto tutte legno, grandi finestre e piumini d’oca bianchi per i letti su disegno.

Notevole è stata poi l’attenzione di Anne verso l’impatto ambientale dell’edificio. Il riscaldamento degli ambienti, ad esempio, è assicurato da un isolamento termico posto nei rivestimenti di legno, una lamina di metallo che assorbe il calore esterno dei raggi del sole e lo restituisce agli ambienti interni. Inoltre, è stato realizzato un sistema di raccolta dell’acqua piovana portata dal tetto verso il serbatoio a terra, attraverso tubi opportunamente ricoperti da pannelli di legno. Le pareti sono di legno douglas, l’abete americano, lucidato a cera, così come i soffitti e le superfici del living. Solo nel piano seminterrato, in cui si articolano le zone dedicate al benessere, i pavimenti hanno carattere industriale, visto che sono trattati con resina in diverse tonalità di grigio, una scelta guidata da esigenze estetiche e funzionali.

La somma di tanti elementi espressivi e costruttivi è emozione pura: il contatto di un’essenza morbidissima con il rigore del cemento è sorprendente. Traccia di per sé i contorni di una forma nuova, di una poetica che si sgancia da forme già viste, da teoremi già spiegati. L’impressione è di entrare in una casa nuova, dove nuovo significa nuove relazioni con il paesaggio, nuova concezione della luce, nuovo uso dei materiali. E anche una nuova coniugazione dell’idea di ibrido. Di case-gallerie se ne conoscono molte. Nessuna come questa, metropolitana nello spirito, eremitica nella sua identità più intima.

Di Aldo Mazzolani